Tengu, Ushiwakamaru, Benkei



      Le due maschere che costituisco il bottone di accesso a questa pagina rappresentano figure di Tengu, esseri fantastici appartenenti alla mitologia ed alla iconografia giapponese.
      Il mito dei
Tengu è stato probabilmente importato dalla Cina, dove si sviluppò un'intera classe di demoni di montagna chiamati " Tiangou", i cui kanji sono gli stessi usati per scrivere " Tengu" e che in cinese indicano il "cane del cielo", il nome di Sirio nell'astrologia cinese, ma forse anche il nome dato a una meteora dalla coda di cane che precipitò in Cina nel VI secolo a.C.. I Tiangou furono probabilmente introdotti in Giappone dai primi buddisti nel VI-VII secolo e lì si fusero con gli spiriti indigeni dello Shinto.
      I
Tengu sono entrati a far parte dell'immaginario popolare attraverso storie fantastiche, pitture, sculture e spettacoli. Le loro caratteristiche e le loro descrizioni sono cambiate nel corso dei tempi e la personalità e gli obbiettivi di queste creature variano a seconda del periodo in cui esse si trovano ad agire. Le leggende che hanno i Tengu come protagonisti, col passare del tempo li vede trasformarsi da esseri di natura sicuramente maligna, propensi a far pesanti scherzi alla vittima di turno, in figure sempre più umanoidi ed anche meno malvagie, intolleranti verso gli arroganti e verso coloro, monaci, sacerdoti e Samurai, che abusano del loro potere e della loro conoscenza per tornaconto personale.
      I
Tengu nascono da uova gigantesche ed abitano le montagne del Giappone, preferendo fitte foreste di pini. Possono "teletrasportarsi" magicamente e trasformarsi in animali (uccelli, volpi, procioni ...) o in esseri umani. Sono stati rappresentati come uomini alati con un tozzo becco d'uccello, come uomini con ali sulla testa, come ibrido uomo/uccello con piedi e mani dotati di artigli, esaltando via via una o l’altra delle caratteristiche dei volatili, o come uomini dal naso enorme, troppo lungo per essere reale. Durante il periodo Edo, i mercanti olandesi erano gli unici europei a cui era consentito entrare in Giappone ed è stato suggerito che i Tengu con grandi occhi e lunghi nasi siano nati dall’impatto avuto sui contadini giapponesi della vista di quegli stranieri dall'aspetto inconsueto, probabilmente, appunto, Tengu travestiti ...
      Nella tradizione, i
Tengu sono considerati esperti di arti marziali e di tattica, conoscenze che talvolta insegnano a fortunati esseri umani, tanto che diversi giovani studenti si arrampicavano sulle montagne alla loro ricerca, nella speranza di incontrarli e di essere da loro istruiti alle arti di combattimento più raffinate.
      Alcuni valorosi guerrieri attribuivano, o vedevano attribuita, l'origine delle proprie abilità agli insegnamenti di un maestro
Tengu. La tradizione vuole, ad esempio, che Ushiwakamaru, destinato a cambiare il proprio nome e diventare il famoso generale Minamoto no Yoshitsune, da bambino avesse appreso il ken jiutsu da Sojobo, il vecchio re dei Tengu dai lunghi capelli bianchi e dal lungo naso.

      Forse quindi è grazie al suo benefattore Tengu ed alle arti da lui apprese che Ushiwakamaru, un bel giorno, su un ponte di Kyoto, salvò la sua spada e si conquistò l’amicizia di un formidabile combattente di nome Benkei.
     
Saito Musashibo Benkei (1155 – 1189) era uno "yamabushi", un "guerriero della montagna". Il suo è uno dei personaggi più amati della tradizione popolare giapponese, sempre raffigurato nella sua temibile tenuta da yamabushi con cui anche noi abbiamo avuto modo di familiarizzare grazie ai personaggi di cartoni giapponesi e di manga, che a quell’immagine si sono ispirati.
      Meglio conosciuto con il solo nome
Benkei, la sua storia leggendaria è ormai impossibile da distinguere dal mito. La sua figura eroica, sintesi di virtù della forza, della lealtà e dell’onore, è stata cantata da opere Kabuki e Noh, è stata protagonista di film e raffigurata su oggetti d'arte giapponese, sempre a rappresentare l’immagine del ragazzo forte come un orso, ma dal cuore grande quanto la sua fedeltà verso l’amico-signore.
      Le molte versioni sulla sua vicenda descrivono la nascita di
Benkei, nei modi più disparati: secondo una, suo padre era a capo di un tempio e avrebbe stuprato sua madre, la figlia di un fabbro; secondo un'altra, sarebbe stato figlio di un kami. Di lui si è detto che non era nato dopo 9 mesi di gravidanza ma bensì dopo 18, che aveva tratti demoniaci, con capelli scompigliati e lunghi denti aguzzi da bambino mostruoso. Tanto il suo aspetto quanto la sua natura ribelle ed indomabile, gli valsero il soprannome di "Oniwaka", ovvero "giovane demonio".
      Vista la sua incontenibile vivacità, fu presto dato in custodia ad un tempio. Per il giovane
Benkei, iniziò così un lungo pellegrinaggio fra un monastero buddista e l’altro: appena i monaci di un tempio esaurivano la pazienza per la sua esuberanza, si affrettavano a cercargli una nuova dimora in un altro tempio.

      Anche Benkei, come molti altri monaci, scelse di ricevere un addestramento militare ed entrare nelle fila degli "Sohei", i gruppi paramilitari che in età feudale erano associati a diversi templi buddisti, come il famoso monastero Enryaku-ji situato sul Monte Hie. Questi gruppi, in cui militavano monaci ordinati ed anche laici, costituivano un vero esercito privato a difesa degli interessi del proprio tempio ed in grado, data l’eccellente competenza marziale da loro raggiunta, di tener testa agli eserciti professionali dei Samurai contro cui, in quel periodo, spesso si trovarono a combattere. Erano esperti nell’uso di un gran numero di armi, sebbene fosse la naginata l’arma da loro preferita.
      All'età di diciassette anni,
Benkei, era un gigante di due metri di altezza. e di forza quasi sovrannaturale, sempre in conflitto con i monaci suoi pari e con i suoi superiori. Finalmente a quell’età lasciò il monastero. Da lì, la sua vita fu molto simile a quella di un bandito, almeno fino al famoso episodio del ponte " Gojo" a Kyoto.
      Secondo una tradizione,
Benkei, aveva chiesto a Kokaji Munenabu, un famoso armaiolo, di costruirgli un'armatura, e questi aveva accettato a patto che lui gli portasse 1000 spade.

      Benkei allora si appostò sul ponte di Gojo e lì piazzato sfidava a duello chiunque volesse attraversarlo. Poi, dopo aver vinto il malcapitato, gli sottraeva l’arma. Arrivò presto a contare 999 spade raccolte.
      Una sera, mentre
Benkei aspettava che arrivasse la spada numero 1000, si presentò sul ponte un giovane di statura piccola e fragile, che portava una spada e suonava il flauto. Era Uchiwakamaru, il futuro generale Minamoto no Yoshitsune, il nono ed ultimo figlio di Minamoto no Yoshitomo, capo del clan Minamoto. A lui sono attribuite la maggior parte delle vittorie del clan Minamoto contro i Taira durante la guerra Genpei. Il destino prima separò, poi riunì ed infine mise l’uno contro l’altro Uchiwakamaru, ed il fratello Yoritomo, facendone volgere la vicenda verso un tragico epilogo e consegnando la sua figura al mito dell'eroe comunque perdente, nonostante le sue virtù di lealtà e di valore. Il personaggio di Minamoto no Yoshitsune, è infatti al centro di numerosissimi racconti ed opere teatrali Kabuki e Noh ed ha sempre mantenuto nel tempo una grande popolarità nella cultura giapponese.
      Lo scontro fra
Benkei ed il giovane Uchiwakamaru fu una lotta impari, ma il suo esito fu molto diverso da quello che si sarebbe aspettato un eventuale testimone della contesa. L’enorme divario fra la forza fisica di Benkei e quella del suo avversario non bastò a compensare l’agilità, l’abilità e la superiorità delle tecniche di combattimento usate da Uchiwakamaru, che con i suoi movimenti rapidi ed efficaci evitò sempre i poderosi attacchi di Benkei e regalò la prima sconfitta al gigante yamabushi: il maestro Sojobo, re dei Tengu, sarebbe stato fiero del suo allievo.
      Battuto in duello per la prima volta e da un avversario molto più giovane e fisicamente debole di lui,
Benkei, gli giurò eterna fedeltà. Nacque così un sodalizio fra Yoshitsune e Benkei, le cui gesta sono riportate in toni epici da molte opere e racconti. Benkei combattò poi al fianco del suo signore Yoshitsune le battaglie della guerra di Genpei contro il clan Taira, fino all’epilogo tragico della loro storia.
      Dopo il trionfo sui
Taira, Minamoto no Yoshitsune si ritrovò Yoritomo, il suo fratello maggiore, schierato su un fronte a lui avverso. Nei due anni che seguirono, Benkei, e Yoshitsune dovettero fuggire dagli uomini di Yoritomo. Con alcuni compagni, i due si rifugiarono nel castello di Koromogawa, ma lì furono presto circondati dagli uomini di Yoritomo, costretti in una situazione senza vie di uscita.
      Mentre
Yoshitsune si ritirava all'interno del castello per darsi una morte onorevole, Benkei, tenne impegnati gli assalitori sul ponte d'ingresso al castello; fu bersagliato di frecce, e in molti attraversarono il ponte per combatterlo, ma Benkei, ebbe ragione di tutti. I soldati cominciarono ad avere paura di affrontarlo, ed aspettarono dall'altra parte del ponte che egli cedesse sotto il peso delle ferite subite.
      Quando infine gli uomini attraversarono di nuovo il ponte, scoprirono che
Benkei, era già morto da tempo, ma che non aveva cessato di rimanere nella sua posizione, consentendo al suo signore di guadagnare il tempo necessario a compiere seppuku.
      Le leggende e i racconti che narrano della vita di
Yoshitsune si sono moltiplicate col tempo. La figura di Yoshitsune compare nell'Heike Monotogari, il classico della letteratura giapponese che racconta degli eventi della guerra di Genpei e che ha ispirato molte opere posteriori, soprattutto di teatro Kabuki e Noh